Attenzione e concentrazione, una risorsa per il futuro.
Alcune riflessioni attuali.
Negli ultimi anni, bambini e ragazzi appaiono spesso distratti, poco concentrati, con difficoltà a focalizzarsi su un oggetto o un problema.
Sempre più esperti parlano di una vera e propria pandemia di deficit di attenzione: la difficoltà, cioè, a mantenere viva la concentrazione su un compito per un tempo sufficientemente prolungato.
Da oltre un secolo, soprattutto nelle aree urbane, assistiamo a un costante aumento di richieste e pressioni mentali: troppi stimoli, informazioni e canali sollecitano continuamente la nostra attenzione.
Piccoli schermi e immagini in movimento si accendono e si spengono, richiamando costantemente il nostro sguardo. Non possiamo essere attenti a tutto: il sistema nervoso si sovraccarica.
Presi dalla paura di perdere tempo, finiamo per non soffermarci davvero su nulla.
Cos’è l’attenzione?
È la capacità della mente di prendere possesso di uno tra i tanti oggetti o pensieri possibili: significa scegliere e rendere consapevole uno stimolo, interno o esterno, tra le migliaia che riceviamo ogni giorno.
L’attenzione è la porta d’ingresso dell’apprendimento: un’informazione viene memorizzata solo se prima è stata “amplificata” dalla nostra attenzione.
Apprendere significa dunque prestare attenzione a ciò che è rilevante, a ciò che abbiamo scelto – o ci viene chiesto – di osservare.
Ecco perché l’attenzione è considerata fondamentale a scuola. Come ricorda il neuroscienziato francese Stanislas Dehaene, è importante “che gli insegnanti imparino a prestare più attenzione all’attenzione dei loro studenti”.
L’attenzione è anche la base dell’astrazione, cioè del pensiero su un piano superiore. Imparare significa, ancora una volta, prestare attenzione.
È quindi compito dell’adulto creare un ambiente educativo che risponda ai bisogni interiori del bambino e rispetti le sue fasi di sviluppo.
Quando un oggetto o un’azione cattura l’interesse del bambino e stimola una manipolazione prolungata, anche la memoria si rafforza. Nella mente del bambino si attivano capacità sempre più complesse, che lo spingono a esplorare con intenzionalità il mondo circostante.
Attenzione ed empatia
Numerosi studi hanno dimostrato che fin dalla nascita il neonato possiede forme primarie di intelligenza, che lo spingono a esplorare il mondo e a costruire ipotesi sul suo funzionamento.
Già a pochi mesi, se la madre indica un oggetto, il bambino guarda prima lei, poi il dito, e infine segue lo sguardo verso l’oggetto indicato. Anche questo è un atto di attenzione: in particolare, di attenzione condivisa.
Prestiamo attenzione a ciò che gli altri vogliono mostrarci.
Il contatto occhi negli occhi tra mamma e bambino si fonda anche sulla presenza dei neuroni specchio, che ci permettono di intuire ciò che l’altro prova e pensa.
Insegnare e apprendere significano quindi condividere l’attenzione. Ogni buona relazione educativa si basa su attenzione, ascolto, rispetto e fiducia.
Prendersi cura di ciò che il bambino fa e incontra è il fondamento di un profondo rispetto per l’infanzia.
L’empatia assomiglia alla fiducia: è un’aspettativa positiva verso gli altri. Si attiva quando smettiamo di dirigere la nostra attenzione solo su noi stessi.
Senza attenzione, non esiste l’altro da sé. Scarsa attenzione equivale a scarsa sensibilità.
Quando inizia la concentrazione?
Sempre più studi confermano che la concentrazione si sviluppa già dalla prima infanzia. Eppure ancora oggi si fa fatica a credere che perfino un neonato possa essere completamente assorbito in ciò che fa o osserva.
Tanto più il bambino è piccolo, tanto più va protetta e sostenuta la sua capacità di concentrazione, profondamente legata alla sua capacità di scelta.
Il mio consiglio?
Prima di tutto, non offrire troppi stimoli. La regola “poco ma buono” è perfetta!
Un ambiente troppo ricco – nei suoni, nei colori, negli oggetti – rende difficile per il bambino scegliere e soffermarsi. L’attenzione salta da uno stimolo all’altro e la concentrazione fatica a stabilizzarsi.
Succede anche a noi adulti: entriamo in un supermercato per acquistare una cosa e usciamo con il carrello pieno, attratti da ciò che ha catturato la nostra attenzione.
Anche per il bambino funziona così: ha bisogno che un oggetto colpisca la sua attenzione, ma nel “troppo” non riesce a scegliere.
Meglio quindi proporre un numero limitato di oggetti, selezionati in base agli interessi del momento e variati solo di tanto in tanto.
Parliamo di oggetti, non di giochi: soprattutto nei primi anni, è importante offrire materiali semplici, non finalizzati a un uso preciso, meglio ancora se provenienti dalla quotidianità domestica.
Pentolini, mestoli, stoffe, scatoline, bottoni…
Quando trova ciò che lo attrae, il bambino inizia a esplorare con concentrazione e a ripetere l’attività molte volte.
Questa ripetizione è fondamentale: gli consente di appropriarsi in profondità di una competenza.
Ha scoperto uno scalino?
Vorrà salirci e scenderci dieci, forse venti volte prima di dedicarsi ad altro.
Ripete finché ha raggiunto lo scopo, perché proprio nella ripetizione perfeziona il gesto, costruisce abilità e la sua personalità.
Durante queste prime esperienze, è preferibile non intervenire troppo con consigli o correzioni: lasciamo che il bambino esplori, sperimenti, sbagli e impari in autonomia.
Con il tempo, questo porta alla polarizzazione dell’attenzione, che è la base della concentrazione: il bambino si trasforma, si fa più calmo e, pur lavorando a lungo, non appare stanco, ma pieno di gioia e soddisfazione.
Perché, come diceva Maria Montessori:
“Il bambino che si concentra è immensamente felice.”


